GLI ANTICHI RITI DELLA SETTIMANA SANTA A GALATRO


L’HO SCRITTO PER PASQUA…  (3)

Articolo di Raffaele Sergio su Proposte Aprile 1993

Articolo di Raffaele Sergio su Proposte Aprile 1993

All’inizio della Settimana Santa voglio pubblicare un articolo dell’indimenticato prof. Raffaele Sergio, apparso la prima volta a Galatro sul numero unico della rivista “Risveglio” nel giugno 1963 poi, a marzo del 2008, è stato pubblicato anche su Galatro Terme News che tratta degli antichi riti della settimana di Pasqua…

Precedentemente, a marzo del 1993 l’avevo pubblicato sul mensile Proposte di Nicotera, quando il prof. Sergio era ancora in vita. Ricordo ancora la sua telefonata con la voce soffocata da una forte commozione. Abitava da tantissimo tempo a Roma con la sua famiglia e, negli ultimi anni della sua vita, non è più venuto a Galatro. Appena ho risposto al telefono prima ancora di salutarmi mi ha detto: “Stanotte non ho dormito e mi sono alzato dal letto con la sensazione di dover attendere qualcosa. Appena il postino ha bussato alla porta e mi ha consegnato la busta che mi hai mandato, il cuore ha cominciato a battere forte… quando ho aperto il giornale ed ho visto il mio articolo pubblicato trenta anni prima… anche se sono inchiodato alla poltrona con la mente ho rivissuto, come in un lampo, tutti i riti della Settimana Santa a Galatro descritti nell’articolo… e mi sono messo a piangere! Sorpresa più bella, per questa Pasqua, non mi potevi fare. Ti ringrazio.”

Per risvegliare la “memoria” sulle nostre più genuine tradizioni che hanno segnato nella fede tante generazioni, e per ricordare il caro prof. Raffaele Sergio, voglio iniziare una serie di articoli sulla Settimana Santa, proprio con questo suo articolo.

Se, da dove si trova adesso, ha la possibilità di vedere questa pubblicazione, mi auguro che possa rivivere e ricordare tutte le sensazioni che mi ha raccontato nel marzo del 1993.

(Michele Scozzarra) 

FESTIVITA’ PASQUALI A GALATRO

Raffaele Sergio

Le antiche usanze religiose, per una società in rapida ascesa verso moderne forme di vita, sfiorano la storia ed echeggiano nella leggenda.

 

“O l’oliva o l’olivetta
e lu sindacu bacchetta
e lu rre di lu Casali
viva a Dio, Pasca e Natali.”

Via Crucis a Galatro

Via Crucis a Galatro

Con questo canto i giovanetti di Galatro, portando rami d’ulivo per le strade, davano una nota di umore alla giornata delle Palme.
Si dirà in quale epoca? Non oggi, trionfo del festival dei piagnistei, ma, all’incirca, sino ad un trentennio addietro.
Venne tramandato a noi da una generazione di irremovibile fede; da quei devoti che, cantando “sono stati i miei peccati, o mio Dio perdono e pietà”, seguivano il Cristo al Calvario di penitenza. Questo Calvario, per devozione di suora Carmela Defelici, sorge, fin dal 1853, nel Rione Montebello. Dalla Chiesa della Montagna allora reggente Don Antonio Martino, le tre Croci furono accompagnate al Calvario con la congrega di Maria del Carmelo.
La processione di Penitenza di faceva nella notte di Giovedì santo, dopo “la chiamata della Madonna e l’incanto della Varetta”. Era assai commovente e soprattutto per i bianchi incappucciati della confraternita, per il rullo monotono dei tamburi e per il rumoroso suono di “tocca e carice”, a significare la solennità delle tenebre. Agli “esercizi di penitenza” potevano partecipare anche gli abitanti del rione Magenta, nel cui ambito, per accordi avvenuti, “non si poteva fare alcuna notturna processione”.

Via Crucis a Galatro

Via Crucis a Galatro

Le processioni del Venerdì Santo, sempre nella loro tetra apparenza, avvenivano contemporaneamente e ciascuno nel proprio rione.
Sabato Santo le campane di gloria dovevano suonare prima nella Chiesa del Rione Magenta e poi in quella del Rione Montebello. Nel 1860, i parrocchiani del Rione Montebello, volendosi liberare da ogni soggezione, facevano suonare le campane della loro chiesa mezz’ora prima del momento prestabilito. Intervenne il Vescovo don Filippo Mincione, il quale, “per amore di pace”, faceva capire ai parroci don Nicola De Felice e don Michele Bellocco, che le due parrocchie erano indipendenti l’una dall’altra.
Furono così disciplinati gli abusi provocatori ed i presupposti sul passaggio dalla lecita parola all’uso violento delle mani.

 Giovedì santo

Giovedì santo

Tuttavia, stando ai “si dice”, nel 1894, un cittadino pieno di ardore, identificato per un certo Longo, dal Rione Magenta passava in quello di Montebello e tagliava le croci del Calvario.
I galatresi, nel timore che la Mano divina si potesse vendicare, imploravano il Signore e trasmettevano la spavalderia del Longo con il marchio di “Rivoluzione delle Croci”.
Il Sindaco Buda, dal canto suo, faceva subito costruire l’attuale Calvario del Rione Magenta. Successivamente, le festività pasquali, sia nell’una che nell’altra Parrocchia, acquistavano le caratteristiche a seconda delle vedute del parroco pro-tempore.

Via Crucis a Galatro

Via Crucis a Galatro

La funzione del Cenacolo, per esempio, che si svolgeva nel pomeriggio del Giovedì Santo tra la Chiesa del Carmine, via Garibaldi e si concludeva nella Parrocchia di San Nicola con la benedizione del Pane (Guccedhate) era di una verosimiglianza che ha riscontro solo nella Sacra Scrittura.
Si procedeva alla visita dei Sepolcri: gruppi di donne, di ogni età, pateticamente atteggiate, si spostavano da un Rione all’altro cantando gli inni più convenienti al tono serio e grave della giornata.
Di sapore teatrale era poi “l’Agonia” che si faceva nel pomeriggio del Venerdì Santo nell’interno delle parrocchie. La predica del quarisimalista, spesse volte, veniva intervallata dalle cantiche della “Forza del Destino”, eseguite da un concerto strumentale:

“Le calunnie, i fieri accenti
se li portin preda i venti
se li portin preda i venti
o fratel pietà, pietà… “.

Via Crucis a Galatro

Via Crucis a Galatro

Si ricorda, come istante più rappresentativo dell’Agonia, la “Schiovata”. Alla presenza dell’immagine della Madonna e delle “Marie” (giovinette scelte per l’occasione) Giuseppe D’Arimatea e Nicodemo (uomini scelti per l’occasione) schiodavano il Cristo dalla Croce e lo deponevano nella tomba. Un artificio di lampi e tuoni conferiva alla scena un verismo sorprendente; i fedeli dal raccoglimento e dalla preghiera passavano al canto di “tomba che chiude il seno…”.

 Giovedì santo

Giovedì santo

La Resurrezione si celebrava nelle ore pomeridiane del sabato Santo in seno alle Parrocchie. Alle parole “Gloria in excelsis Deo” pronunciate dal sacerdote durante la Santa Messa, un sistema di funicelle faceva cadere le bende delle vetrate, quella che copriva la statua di Cristo e tutto appariva in perfetta luce (Calata di Gloria). Il suono delle campane si diffondeva nell’aria, sollevava gli animi, invitava al pensiero “è risorto. È risorto il Signore”.
L’“Affrontata” avveniva domenica di Pasqua e solo nella Parrocchia di San Nicola. Essa, a dire il vero, aveva qualcosa di carnevalesco: dopo una triplice corsa sul viale antistante la Chiesa, la “Madonna di Pasca”, riconosciuto il Figlio “suscitato”, si toglieva il lugubre mantello ed appariva in splendidi indumenti. Specializzati a questo congegnoso mutamento erano Salvatore Rodofile, noto per la sua barbazza, i fratelli Giuseppe e Raffaele Piccolo.
Oggi di quanto si è detto, per il susseguirsi degli alti decreti ecclesiastici, rimangono poche reminiscenze, accettabili, dalle future generazioni, come la favoletta delle fate nel bosco.

 

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