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Intervista a Michele Sofrà
Michele Sofrà

Michele Sofrà

“Mi piace come scrivi, ti seguo sempre volentieri, sia per il contenuto che per la chiarezza delle cose che esprimi. Ma… ti posso fare una domanda? Perché non hai mai scritto sulla realtà nella quale si trovano tanti disabili nel nostro paese…?”.

Devo confessare che questa domanda, posta così a bruciapelo da Michele Sofrà nella sala consiliare del Comune di Galatro, mi ha spiazzato, non sono riuscito a toglierla dalla mente fino a quando, dopo qualche giorno, sono tornato a trovarlo, per dire che, volendo, potevo anche scrivere senza nessuna difficoltà sui disabili… più di una volta ho dovuto affrontare il problema per incarico professionale e gli argomenti non mi mancano… se non l’ho fatto è perché non volevo correre il rischio, di fronte ad un problema così grande, di dire solo… parole! Presentate bene, scritte con criterio, umanamente apprezzabili e sentite ma… sempre e solo parole!…
La cosa che di più mi ha piacevolmente sorpreso, è stata l’affermazione di Michele, quando con un sornione sorriso di uno che la sa lunga, mi ha detto:

Michele Sofrà

Michele Sofrà con il padre

“Sapevo che saresti tornato… Non avevo chiaro se tornavi dopo un giorno, dopo una settimana o dopo un mese… Sei tornato dopo solo tre giorni, ma non avevo nessun dubbio che saresti tornato. Quella domanda l’ho fatta proprio per stimolare questo incontro… Quindi non ti meravigliare se ti dico che ti aspettavo. Sapevo che venivi… Ora possiamo parlare!”.

Ho spiegato a Michele che ero tornato per ascoltare lui… era lui che doveva parlare di cosa significa vivere una realtà come la sua dove, anche mettendo dentro tutta la sensibilità di questo mondo, è qualcosa di estraneo e lontano per tante persone. Rispetto alla sua provocazione, io dovevo semplicemente, con molto timore, attenzione e silenzio, raccogliere quello che lui voleva raccontare e testimoniare… far sì che si potesse toccare con mano che la vita, ciascuna vita, ha incondizionatamente gli stessi valori e la stessa dignità e scrivere con forza che nei nostri paesi vivono persone che valgono non per quello che hanno, ma per quello che sono, per quello che pensano, per quello che vivono, nonostante tutte le difficoltà, talvolta tremende, che la vita gli ha posto innanzi.
Qualche giorno addietro, ci siamo incontrati a casa mia, dove man mano che il racconto andava avanti, ho provato come una magica sensazione di addentrarmi, misteriosamente, in un viaggio di alcune ore, che ha trasformato una semplice chiacchierata in un’esperienza straordinaria, che rappresenta sicuramente un qualcosa di unico, che non può non cambiare il proprio modo di pensare rispetto a certe realtà…

Dopo un certo imbarazzo iniziale, quasi non sapevamo da dove cominciare la nostra conversazione, è stato Michele che ha rotto il ghiaccio:

Michele Sofrà  con moglie

Michele Sofrà con moglie

“Da dove vuoi che cominciamo a parlare… Iniziamo dalle modalità in cui si svolge la vita per uno che vive una realtà come la mia nel nostro paese, dei problemi che ci sono per un non vedente come me… A livello generalizzato ti posso dire che non c’è nessun problema… Spiegandoti meglio questo concetto e scendendo nel particolare, invece ti devo dire che esistono diversi problemi. Cominciamo dalla possibilità di muovermi liberamente nelle vie del paese: ti posso dire di avere chiaramente in testa la struttura e le strade del paese e che, a partire da questo, riesco a muovermi molto bene… ma mi oriento molto bene solo quando c’è la luce del sole… la sera se non viene qualcuno a prendermi non posso uscire. E’ vero che sento gli spazi vuoti, sento gli ostacoli, sento le macchine, tanti amici li riconosco dal rumore della macchina, così come, essendo anche un appassionato di motori, dal rumore della macchina capisco benissimo che tipo di macchina è… la marca, se è vecchia o nuova. Non penso di essere presuntuoso quando dico che tanti problemi mi hanno maturato troppo, e troppo in fretta anche! Di fronte alle difficoltà mi sono fatto coraggio e ho pensato che potevo, e dovevo!, fare le cose che facevano tutti… e le ho fatte! Tu stesso sei testimone, visto che ho abitato diversi anni vicino a casa tua, che quando ero bambino, nonostante i grandi problemi alla vista che già avevo, andavo anche in bicicletta… e ci sapevo andare! Quando andavo e venivo da Firenze, anche prima di usufruire per il viaggio dell’assistenza che oggi ci viene prestata dal personale addetto, contavo le fermate per Rosarno e nessuno si è mai reso conto che ero non vedente… e non ho mai sbagliato a scendere alla stazione giusta!”.

Tetti della città di Firenze

Tetti della città di Firenze

Proviamo un pò a parlare della tua esperienza a Firenze: hai lasciato, ancora bambino, il nostro paese per andare a studiare in un Istituto per non vedenti, dove hai avuto modo di acquisire una indubbia professionalità… Che tipo di esperienza hai maturato, in quel periodo, e… non intendo solo in termini professionali?:

“Sono arrivato a Firenze nel settembre del 1996 all’IPSIA, un Istituto professionale per non vedenti e ipovedenti dove, negli anni successivi, mi sono diplomato come Operatore delle Trasmissioni (Centralinista). A gennaio del 1997 ho avuto un grave incidente stradale, quindi ho vissuto poco la realtà di quell’anno scolastico. L’anno successivo ho ripreso regolarmente a seguire le lezioni, con notevoli problemi: c’erano molti pregiudizi nei miei confronti, da parte degli stessi compagni, dovuti, solo ed esclusivamente, alla mia giovanissima età… io ero il ragazzo più piccolo dell’Istituto, su una base di 50-60 persone frequentanti…
Ma, arrivati a fine anno sono riuscito a conquistarmi la stima ed il rispetto di tutti i componenti dell’Istituto. Ero visto come un ragazzo molto maturo rispetto alla mia età anagrafica, che non pensava alle cose effimere insignificanti. Ero sempre invitato a uscire fuori, a mangiare con i compagni e, nel gennaio del 1999 per me è iniziata quella che, si può definire, la strada in ascesa, dove venivo avvicinato ed ero sempre preso come punto di riferimento anche dai veterani della scuola, quelli che avevano dai 30 ai 40 anni… da quel momento la qualità della vita all’interno dell’Istituto, per me, è cambiata.

Prova un pò a spiegare che tipo di vita conducevi con i tuoi amici dell’Istituto, cosa facevate, cosa vi legava…:

Per quanto può sembrare strano erano i miei compagni, anche molto più grandi di me, che mi cercavano per uscire. Non so spiegare il perché, ma con me si sentivano più sicuri. Quando uscivamo insieme io mi portavo dietro sempre tre amici non vedenti: uno attaccato ad un braccio, uno all’altro braccio e un’altro mi teneva per la maglietta… Partivamo, prendevamo tranquillamente gli autobus, arrivavamo senza nessun problema al centro di Firenze e li stavamo bene… Oppure tante domeniche, ero sempre io che portavo i miei amici allo stadio… con me erano tutti tranquilli, non solo perché sapevano che avevo fatto il corso di orientamento, ma perché si fidavano, erano tranquilli che non ci saremmo persi… non ho mai deluso nessuno. Nella mia testa c’era tutta la pianta della città di Firenze: l’unico problema era stabilire dove volevamo andare, poi non c’era più alcun problema che ci fermava: ognuno dei ragazzi che veniva con me era sicuro che saremmo andati e tornati senza nessuna preoccupazione. I miei ritmi di vita hanno proseguito così per tutto l’anno: io avevo assunto il ruolo di guida e punto di riferimento di tanti ragazzi dell’Istituto. E questo mio carattere e la serietà con cui affrontavo, e risolvevo, le esigenze dei miei compagni, ha fatto sì che l’ultimo anno, nonostante io avevo ancora 17 anni, ero tenuto in considerazione alla stregua dei veterani… Ed ero veramente una presenza amica per tante persone, al punto che (e questa è una delle cose che mi ha dato parecchia soddisfazione) nonostante ero tra i più piccoli d’età, sono stato eletto rappresentante del Convitto e tu sai bene che ogni Convitto è una grande casa dello Studente, dove tante persone vivono insieme e, non è facile andare d’accordo con tutti. In effetti, questo è stato un aspetto particolarmente gratificante per me, non solo per il fatto di essere considerato come l’amico che è in grado di risolvere i problemi che i compagni avevano, ma anche la constatazione che, soprattutto i più grandi, quasi mi chiedevano scusa se, agli inizi, soprattutto per la giovanissima età, non mi hanno tenuto nella considerazione che, in secondo tempo, mi hanno riconosciuto”.

 

Michele Sofrà

Michele Sofrà con il figlio

Vedo che parli in modo molto entusiasta del periodo della tua permanenza a Firenze:

“L’esperienza vissuta negli anni che sono stato a Firenze, principalmente mi ha fatto crescere a livello umano, mi ha forgiato, mi ha fatto diventare duro, mi ha cambiato radicalmente… Firenze mi ha fatto acquisire una grande consapevolezza nel senso che se io dico che voglio ottenere qualcosa nella vita, non dico questo solo perché sono non vedente, ma perché sono Michele, una persona come tutte le altre, senza nessun timore di affrontare le persone pensando che sono obbligate a trattarmi bene a causa del mio problema. E poi io sono stato sempre convinto che l’importante è avere il cervello per capire che, anche se una persona non ci vede, non per questo è diversa… E di questo non smetterò mai di ringraziare i miei genitori, che non solo mi sono stati sempre vicini e hanno vissuto insieme a me, in ogni momento della mia vita, tutti i miei problemi, come solo dei genitori possono fare, ma mi hanno sempre fatto capire che non sono diverso da nessuna altra persona. La diversità è una parola che, dopo i miei genitori, anche l’esperienza maturata a Firenze mi ha insegnato a non considerare, perché io mi sono sempre sentito e considerato come tutti gli altri, niente di più, ma neanche niente di meno… e dico questo, non solo per modo di dire: ritengo che questo atteggiamento nei confronti della vita, che ci tengo a ripetere, i miei genitori mi hanno inculcato fin da bambino, sia una forza che a Firenze mi ha permesso di avere la stima e l’amicizia di persone molto più grandi di me, che mi guardavano e mi stimavano proprio per questa mia grande libertà, che non ritengo sia presunzione dire che è anche un modo molto dignitoso di affrontare la vita… nonostante tutti i problemi che ti si possono presentare davanti ogni giorno”.

Mi avevi detto che ci tenevi a raccontarmi un episodio particolare, per molti versi curioso, che ci tieni a riferire proprio perché è indicativo di tutto un tuo modo di affrontare la vita:

“Sì, ci tengo a ricordare un episodio che, forse, ti dice in modo chiaro ed inequivocabile, questo mio non essere, e non considerarmi, diverso dagli altri.
La grande passione della mia vita sono i motori, ma quando ero bambino e avevo 12-13 anni mi piaceva tantissimo il calcio e ti devo dire che, ma non mi chiedere come, nonostante tutto ero tesserato e facevo parte della squadra di calcio del Galatro, categoria esordienti, e riuscivo, qualche volta, a entrare e giocare per diversi minuti. Quando mancavano 10-15 minuti alla fine della partita, il mister, Gasperino Sapioli, mi faceva entrare in campo e io mi piazzavo sulla fascia destra e andavo su e giù… io stavo tranquillo, giocavo con i compagni di squadra, avendo come guida una vaga visione delle linee bianche… ma, soprattutto, orientandomi con la voce di Gasperino che mi incitava gridando: “Dai Michele, forza che vai bene…!”. Sembra incredibile, eppure era proprio così… Ci pensi che forza… e che spasso…!”.

Tetti della città di Galatro

Tetti della città di Galatro

Va bene, parliamo ora del tuo rientro a casa, dopo avere terminato gli studi: come è stato il passaggio da Firenze a Galatro. E’ cambiata la qualità della vita?

“Nel giugno del 2000, nonostante una prospettiva concreta di poter lavorare a Firenze, in quanto avevo trovato lavoro, sempre come centralinista, nella Sede Centrale della Banca Toscana, me ne sono tornato a Galatro dove, nel 2005 sono stato assunto come Centralinista presso il Comune, essendo iscritto all’Albo Nazionale dei Centralinisti non vedenti.
A Firenze avevo vissuto per tanti anni e quella città ormai era da me considerata come il mio paese adottivo… avevo le mie amicizie, veramente un bel giro di amici e non solo tra le persone non vedenti.
Quindi, ritornando a Galatro, diciamo che la prima estate, siamo nel 2000, non l’ho vissuta proprio bene… non perché gli amici non mi venivano a trovare, ma perché ormai mi ero abituato ai ritmi della città di Firenze, dove mi muovevo tranquillamente, conoscevo tutti i posti, i locali, le strade. I primi mesi a Galatro sono stati veramente troppo pesanti… Poi, passata l’estate ho cominciato a uscire, a ricrearmi un mio ambiente nel quale sono stato tranquillo e, piano piano, ho cominciato ad essere quella persona che sono adesso… circondato da tanti amici che mi stimano e mi vogliono bene, anche se non tutti sono gli amici dell’infanzia (qualcuno c’è, ma sono pochi!), in tanti sono persone più grandi di me… ma questa differenza di età non è mai stata un ostacolo ai nostri discorsi, ad un comune sentire le stesse sensazioni, gli stessi problemi… mi trovo proprio bene!
Ringrazio questi amici che mi vogliono bene… e ai quali anche io voglio bene!”.

A Firenze, da quanto mi stai dicendo, non avevi nessun problema ad andare in giro da solo, anzi ti portavi dietro i tuoi amici… A Galatro succede la stessa cosa?:

“Come ti dicevo prima, durante tutta la mia permanenza a Firenze non ho mai avuto alcun problema a circolare liberamente per la città, anzi ero io che portavo in giro i miei amici dell’Istituto, anche se tanti erano più grandi di me…
A Galatro succede la stessa cosa, cioè in una giornata di sole riesco ad orientarmi a muovermi, solo che ogni tanto c’è qualche ostacolo che non riesco a percepire… che ti posso dire, ti ho già detto che riesco a percepire le cose, non riesco a spiegarti come, ma riesco a sentire una macchina, oppure gli spazi vuoti… nonostante questo capita che qualcuno parcheggi su qualche marciapiede una macchina e… io ci vado a sbattere… ma non me la prendo più di tanto…
Così come sulla via Aldo Moro, quando durante la festa della Madonna della Montagna, mettono i pali per sistemare l’illuminazione… le prime sere più di una volta ci sbatto contro… e che faccio… mi metto a ridere, continuo a camminare e appena incontro gli amici li metto al corrente che “forse ho strappato un palo…!”.

Si, ma parliamo anche del tuo impatto con il nostro paese, i tuoi interessi, il rapporto con le persone:

“Se devo dare un giudizio globale sulla qualità della vita che conduco a Galatro, posso tranquillamente dire che: “io vivo benone!”. Sono circondato da tanti amici che mi rispettano e mi vogliono bene, sono partecipe di tutta una modalità ed uno stile di vita, per quello che il nostro piccolo paese offre, che non mi vede certamente ai margini, anzi mi vede protagonista e coinvolto totalmente senza alcuna limitazione…
Io non mi tiro indietro a niente… entro tranquillamente nel dibattito politico, vado in giro nei bar, in piazza, nei posti dove si svolge la vita del nostro paese… partecipo agli scherzi tra amici, sono coinvolto in tutto e per tutto nella vita del paese… forse più di tanti altri, senza alcuna limitazione o difficoltà che possa scaturire dal fatto di essere non vedente…”.

E’ da alcune ore che parliamo, hai detto tante cose belle, grandi… Ora, un tuo ultimo pensiero, quello che forse ti sta più a cuore, che ti piace comunicare, a conclusione di questa nostra chiacchierata:

“A questo punto, al di là di tutto quello che abbiamo detto e di quello che vorrai scrivere, una cosa ci tengo che tu la scriva… e la devi scrivere bene!
Il 21 giugno prossimo mi sposo e questa è la cosa più bella che mi è capitata nella vita: sono sicuro di avere a fianco una donna eccezionale che ha deciso di fare insieme a me il percorso che Dio ha scritto per lei… e sono sicuro che sarà il nostro amore a scrivere la più bella pagina della nostra storia.
Non sappiamo cosa il futuro ci riserva (come a tutte le coppie che decidono di vivere insieme!), ma lo accettiamo senza perplessità e senza paure, nella consapevolezza che quello che è nato e cresciuto tra me e Tina è tanto grande e tanto forte da non conoscere ostacoli, e questo è un grande e stupendo pensiero che non posso non rivolgere alla donna che ha deciso di camminare insieme a me per il resto della nostra vita…”.

Non nascondo che dopo questo significativo incontro tante realtà, da oggi, non solo io le vedrò diversamente, e sono sicuro che in questo scritto non ci sono solo belle parole… Personalmente, nelle parole di Michele, ho avuto come la sensazione di varcare una soglia, dove ci si trova di fronte ad una condizione umana che bisogna accogliere come una sfida e imparare che la vera essenzialità della vita è anche un “altro vedere”… dentro un’esperienza dove la vita di chi non vede non è certamente qualcosa di meno di chi ci vede… per alcuni aspetti è semplicemente… diversa.
Questo può sembrare un concetto banale, ma non lo è affatto. Ora mi è tutto molto più chiaro su tante cose… anche il motto di una mostra, organizzata da persone non vedenti, che ho visitato qualche anno addietro: “L’essenziale è invisibile agli occhi… Non occorre guardare per vedere lontano…”.
Auguri Michele… e grazie per la grande e significativa testimonianza che ci hai dato!

* ARTICOLO PUBBLICATO NEL GIUGNO 2008

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