UN LIBRO DI DON LETTERIO FESTA SU CHIESA CALABRESE E CONCILIO VATICANO II

Copertina del libro di Don Letterio Festa

Copertina del libro di Don Letterio Festa

Il Concilio Vaticano II fu un evento straordinario nella storia della Chiesa: una certa concezione burocratica della vita della Chiesa è stata messa in discussione dall’emergere di fermenti nuovi, di riscoperta di valori trascurati e di nuove esperienze maturate in Italia e fuori dall’Italia.
Numerosi Vescovi andarono al Concilio convinti di avere qualcosa da insegnare agli altri e, invece, furono colti da una vera e propria scossa proprio nel costatare, che da tanti “sconosciuti” Vescovi avevano soprattutto da imparare, prendendo anche conoscenza (forse in maniera inaspettata e per la prima volta!) che nella Chiesa erano successe una quantità di cose, a loro completamente sconosciute, di cui non avevano potuto avere alcuna notizia leggendo “soltanto” i giornali diocesani da loro stessi editi.
Intanto, grazie al Concilio, l’opinione pubblica scopriva una Chiesa diversa, una realtà di cui non le era stato dato modo di avere sentore, non solo attraverso i suoi atti ufficiali, ma anche attraverso i contributi che non sono conosciuti da molti, come quelli riportati nel libro di don Letterio Festa Le proposte dei Vescovi delle Chiese calabresi per il Concilio Vaticano II, che si inserisce con un prezioso lavoro di un giovane sacerdote che ha voluto dedicare la sua tesi di Licenza, presso la Pontificia Università Lateranense in Roma, all’intervento dei Vescovi della Chiesa calabrese al Concilio Vaticano II:

«I Vescovi calabresi – scrive don Letterio – non mancarono di offrire un importante contributo per i lavori preparatori del Concilio Vaticano II attraverso i “consilia et vota”. L’analisi di questi testi permette di riconoscere, nella mente e nel cuore dei presuli, la preoccupazione per la “cura et salus animorum” e la sempre maggiore consapevolezza dei principali problemi in atto nelle loro Chiese. Sarà l’esperienza conciliare, inviata con l’invio delle proposte, a renderli dei testimoni convinti di una Chiesa “semper reformanda”, pronta ad ascoltare le istanze del mondo facendo proprie “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi”.»

Don Letterio Festa

Don Letterio Festa

Questo libro, attualissimo nelle sue osservazioni anche per la realtà che viviamo nei nostri giorni, dice alla Chiesa, e non solo a quella calabrese, di essere sempre più coraggiosa nel cercare se stessa, la sua vera vocazione, il senso della sua missione, soprattutto nella nostra terra di Calabria. E non si presenta, certamente, come una serie di riflessioni su documenti che qualsiasi sociologo, spettatore estraneo ma curioso delle vicende ecclesiali, potrebbe fare allo stesso modo, perché nasce in una sofferta partecipazione alla storia e alla missione della Chiesa calabrese e, nella partecipazione e preoccupazione per questo cammino, trova il fondamento e il suo significato.
Scrive don Letterio: «La riflessione sui fondamenti della situazione pastorale e religiosa odierna, sulle sue urgenze e emergenze, nelle sue speranze e necessità, non può, infatti, prescindere dal passato più o meno prossimo che ne contiene “in nuce” le premesse e, in alcuni casi, le cause», mettendo in risalto, in maniera impeccabile, come i Vescovi calabresi arrivavano al Concilio sempre più consapevoli del cambiamento in atto tra la loro gente, con la convinzione della “bontà di fondo” della gente calabrese, senza tralasciare una particolare attenzione al “massimo comun denominatore” che ha unito i Vescovi calabresi nella lettura della situazione sociale, dell’attività pastorale e delle necessità impellenti della realtà calabrese da presentare ai lavori del Concilio, ben rappresentate nelle parole del vescovo di Oppido, mons. Raspini:

«Ci porteremo anche noi a Roma, poveri e piccoli asinelli dell’Aspromonte; con fede andremo ad ascoltare, vedere, imparare tutte le ansie della Santa Famiglia umana, che cammina con passo sicuro verso il destino che Gesù Cristo le ha acquistato con il suo sangue.»

Concilio Vaticano II

Concilio Vaticano II

E questa realtà calabrese, da presentare a Roma, era fatta di «rovine fumanti, lutti funesti e miseria palpabile che la Seconda guerra mondiale aveva lasciato come terribile eredità: la Calabria, vittima di secolari incurie e ruberie, prigioniera di una criminalità che si preparava a fare il “salto di qualità” e di un analfabetismo diffuso. L’emigrazione assumeva dimensioni da “esodo biblico”, la malaria era diffusa e, ancora negli anni ’50, si viveva, nella parte meridionale della Regione nelle baracche costruite all’indomani del terribile terremoto del 1908.»
Tante sono le domande che, ancora oggi, si pongono sul Concilio e tanto si è scritto in questi ultimi cinquant’anni: ciò non toglie che il Concilio, ancora oggi, e anche all’interno della Chiesa, è rimasto un oggetto quasi misterioso. Perché? Disinteresse, paura, presunzioni di voler rimanere attaccati alla “tradizione”, o presunzione di pensare che oggi bisogna avere il coraggio di rompere con la “vecchia tradizione”.
Nel suo libro don Festa scrive che

«tutti i Vescovi alla guida delle Chiese calabresi hanno risposto alla lettera del cardinale Tardini e tutte le loro risposte sono pubblicate negli atti ufficiali del Concilio Vaticano II.» Parteciparono al Concilio con i “consilia et vota”, che costituiscono un genere letterario particolare, ma che nella sostanza indicano le aspirazioni e i desideri che i Vescovi «auspicano che siano tenuti presenti e dibattuti nei lavori conciliari.»

Francobollo Concilio Vaticano II

Francobollo Concilio Vaticano II

Per i Vescovi calabresi, chiamati a partecipare al Concilio con i “vota”, l’argomento di maggiore interesse è costituito dal Clero, anzi dai problemi del Clero del tempo che sono individuati nella «poca osservanza della legge della residenza; la scarsa cura dell’insegnamento catechistico ai fanciulli e agli adulti; la poca disponibilità ad obbedire al Vescovo, specie dai sacerdoti novelli….»
E, in risposta a quanti sostenevano che il clero calabrese manovrasse milioni, bellissimo è il passo riportato nel libro, di una lettera scritta dal canonico Giuseppe Gullotta ad un deputato:

«Venga, venga quaggiù, in queste contrade onorevole deputato! Visiti i luoghi dove infierisce la malaria e vedrà i milioni che possiedono i nostri parroci… Se vedesse con i propri occhi la condizione di certi parroci, se considerasse l’opera loro, Ella non userebbe l’arma dell’ironia, ma apprezzerebbe in quella sottana nera, spesso non nuova e diventata di colore indecifrabile a forza di fregatine di spazzola, l’uomo del sacrificio…Noi quaggiù non abbiamo ospedali, ospizi di mendicità, istituti di beneficienza, eppure a questi sacerdoti si rivolgono i poveri per avere un pezzo di pane o avere tersa una lacrima.»

Don Letterio Festa

Don Letterio Festa

I Vescovi calabresi si soffermano anche sul tema dei seminaristi e della loro formazione, così come anche un importante punto d’interesse è il tema dei laici, così come quello dell’emigrazione (definita una piaga endemica del Meridione).
Il problema delle feste e processioni è un problema “antico”, che è stato anche oggetto degli interventi dei Vescovi calabresi al Concilio, che hanno cercato di far emergere il primato della Liturgia rispetto alla pietà popolare. Gli “antichi” problemi sono ben descritti nel brano, riportato nel libro, di A. Saba, che proprio ai nostri giorni si presenta particolarmente attuale:

«Poiché la maggior parte dei fedeli non partecipa alle istruzioni catechistiche, a causa dell’ignoranza, langue la pietà e la devozione sul Sacramento e l’Eucarestia, al contrario, in tutta la regione calabrese, aumentano ogni giorno le feste e le processioni che sono spessissimo profane, indecorose e contrarie al carattere sacro e liturgico. Talvolta le processioni si protraggono per più ore e fino alle ore serali. Portano le immagini dei santi davanti alle case dei fedeli per raccogliere l’elemosina e, cosa che è peggio, quelli che portano le immagini, entrano nelle osterie per saziarsi di vino. I Vescovi di tutta la Regione disapprovano molto questi comportamenti ma i loro rimproveri furono male accetti dai sacerdoti insieme alle autorità del luogo, i quali temono di perdere il favore popolare.»

Questa realtà presentata dai Vescovi calabresi al Concilio, resta una parte dove la recezione del Concilio è stata piuttosto difficile da attuare. Non sbagliata, ma difficile… un campo dove c’è ancora molto da fare con pazienza, lavoro e preghiera, per capire che cos’è “l’essenziale” che siamo chiamati a vivere nella Chiesa.
Il Cardinale Ratzinger, sulla edizione inglese dell’Osservatore Romano del 2 luglio 1990, intervenendo sul Concilio sosteneva che:

«Solo i principi esprimono l’elemento duraturo mentre le forme concrete dipendono invece dalla situazione storica e possono essere soggetti a mutamenti… le stesse decisioni magisteriali non possono rappresentare l’ultima parola su una questione in quanto tale; e le “disposizioni provvisorie” esse sono valide nel loro nucleo, ma necessitano di ulteriore rettificazione relativamente ai singoli dettati influenzati dalle circostanze del tempo.»

E, sotto quest’aspetto il Concilio Vaticano II, anche per la Chiesa di Calabria ha mantenuto e approfondito la sua intima natura e la sua vera identità:

«La Chiesa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa, una santa, cattolica ed in cammino attraverso i tempi.»

E questa preoccupazione è ben messa in rilievo da don Festa, proprio quando scrive:

«In ogni caso, i Vescovi calabresi non desideravano vistose rotture e inutili conflitti, ma ricercavano una nuova presa di coscienza e un impulso efficace agli appelli manifestati attraverso i “consilia et vota” nella ferma convinzione che “tra la fedeltà al passato e la risposta agli appelli del mondo contemporaneo non c’è frattura, contraddizione, stacco” e nella sicura consapevolezza che “i Concili non erano mai stati rivoluzionari ma avevano invece saputo conciliare la necessità del nuovo con la conservazione dell’antico.»

Francobollo Concilio Vaticano II

Francobollo Concilio Vaticano II

Penso che la lezione più grande che ci viene dal Concilio è che esso fu un evento straordinario nella storia della Chiesa, che vale la pena assimilare come uno sguardo amico sulla storia che permette alla Chiesa «di non usare più il bastone della disciplina ma la medicina della misericordia» nel suo cammino in compagnia degli uomini bisognosi di una speranza che aiuti a vivere.
E in questa ottica si inserisce, di buon grado, il ringraziamento a don Letterio Festa che con questo suo libro ha contribuito alla conoscenza del Concilio, un grande dono che la provvidenza ha fatto alla Chiesa del nostro tempo.
Anche attraverso il contributo dei Vescovi della Chiesa di Calabria.

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