GALATRO: DI ORIGINI BIZANTINE O RISALENTI AL V° SECOLO AVANTI CRISTO?

Sabato 18 maggio 2024 presso le Terme di Galatro si è svolto un convegno medico-scientifico sulle cure termali che ha visto la partecipazione di esperti provenienti dal mondo accademico, medico e istituzionale. Questo convegno ha rappresentato un’opportunità per esplorare le ultime scoperte e le migliori pratiche nel campo delle cure termali, con interventi e relazioni da parte di medici specialisti rappresentanti del mondo accademico impegnati nella ricerca sulle cure termali, autorità istituzionali della Regione Calabria e che promuovono l’importanza delle cure termali nel contesto della salute pubblica. Il compito di raccontare delle Terme, attraverso la narrazione di un “viaggio nella storia delle Terme di Galatro” non poteva che essere affidato al prof. Umberto di Stilo, che delle Terme di Galatro ha vissuto, nel corso dei tempi, tutte le varie vicende, in parte per esperienza diretta e, soprattutto, per gli studi che ha fatto, dalle origini fino ai nostri giorni.

Il prof. Umberto di Stilo nel suo “viaggio nella storia delle terme” riferisce di una copia della relazione medico-scientifica redatta dal dott. Raffaele Ruffo, “medico chimico” di Galatro e diretta alle autorità sanitarie del Regno, inoltrata al Governo del Re. In particolare, il nobile e colto galatrese con la sua lettera-relazione testimonia, che fino ad alcuni anni prima, proprio nella valle del Fermano si vedeva ancora “un muro alto palmi sei e lungo otto e corre voce nel volgo che fosse stato colà un palazzo di fate; ma io credo che tal tradizione abbia origine dall’esser quel muro reliquia di un antico tempietto alle Naiadi dedicato”: A tal proposito, va ricordato che nella cultura magnogreca le Naiadi erano considerate benefiche divinità della salute. Nel caso specifico, il tempietto galatrese sarà stato dedicato ad una “Potameide” (ninfe dei fiumi) e la titolare si sarà chiamata “Fermano”, dal nome del fiume. Ma non è da escludere che, proprio perché era stato realizzato in prossimità di una sorgente di acqua calda sulfurea, possa essere stato dedicato a Mefite, la dea dell’acqua terapeutica.

Racconta il prof. Umberto di Stilo che il prof. Settis, in un suo studio, pubblicato sulle pagine della rivista Klearcos, (XIV, 1972, pag. 53) ha dato importante ed autorevole testimonianza del ritrovamento dei reperti di cui occasionalmente aveva preso visione a Galatro e li ha “datati” risalenti al V secolo a.C. In altra occasione, ma sempre nei pressi del fabbricato termale è stata rinvenuta una “erma” [dal greco ερμhς e latino: herma e hermes], cumulo di pietre che nella cultura magno-greca era espressione votiva nei confronti di Ermes, dio della fecondità e protettore dei viandanti. Le “erme” venivano realizzate sul margine della strada e solitamente erano sormontate da una testa umana con un fallo a metà altezza, simbolo di fecondità. I due importanti ritrovamenti archeologici ricordati testimoniano come le acque termali di Galatro fossero conosciute ed utilizzate già nel V secolo a.C. e, pertanto, molto prima dell’arrivo dei monaci basiliani che in queste nostre contrade interne sono arrivati nei primi decenni del X secolo d.C. e ai quali si attribuisce la scoperta delle fonti termali del Monte Livia, acque sulfuree dalle eccellenti proprietà curative che alimentano ancora oggi le Terme di Galatro. E, alla luce di questi studi, dobbiamo convenire che anche l’origine di Galatro va collocata in un tempo da individuare molto prima dell’epoca bizantina, alla quale viene collocato l’inizio della storia di Galatro. Gli studi del prof. Umberto ci inducono a non scivolare nella superficialità di racconti senza fondamento storico sulle origini di Galatro, e tra le migliaia di pagine delle sue ricerche bisogna riuscire ad intuire un disegno, un ordine, un aiuto a sapere cosa cercare e affrontare con una chiave di lettura solida, la ricerca e interpretazione di quanto ci hanno trasmesso e lasciato i nostri illustri antenati.

VIAGGIO NELLA STORIA DELLE TERME DI GALATRO

UMBERTO DI STILO

In una pagina di Calabria grande e amara Leonida Repaci ha scritto che “Quando fu il giorno della Calabria, Dio si trovò in pugno 15 mila kmq di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese per due milioni di abitanti al massimo. Era teso in un vigore creativo, il Signore, e promise a sé stesso di fare un capolavoro. Si mise all’opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi. Diede alla Sila il pino, all’Aspromonte l’ulivo, a Reggio il bergamotto, allo stretto il pescespada, a Scilla le sirene, a Bagnara i pergolati, a Palmi il fico e alla Pietrosa la rondin e marina”, ad ogni località, insomma, diede una caratteristica che la rendesse unica. Nella valle del Metramo ove poi sarebbe sorto il piccolo nucleo abitato di Kàlatros, assegnò le acque calde ricche di minerali sulfurei-salso-iodici. E quelle acque, dono preziosissimo del Creatore, sin dai secoli più antichi sono diventate il bene più grande di Galatro e, di riflesso, di tutto il territorio circostante. Sulla scorta di documenti e di reperti archeologici casualmente venuti alla luce proprio in questa contrada interna – che con definizione onomastica popolare da secoli è conosciuta come “li vagni” (i bagni) – tutto fa pensare, che i primi a beneficiare delle nostre acque furono i coloni magno-greci della vicina Medma che sin dal V secolo a.C., proprio perché richiamati dalla presenza delle acque calde, vennero in queste contrade interne per innalzare il loro tempio alle Naiadi. Si deve, certamente, ai profughi medmei che decisero di stabilirsi nelle vicinanze dei fiumi galatresi la realizzazione sulle rive del Fermano, di un tempio dedicato alle ninfe delle acque. Sappiamo, infatti, che i popoli antichi, nella fattispecie quelli di origine greca, conoscevano l’importanza dell’acqua al punto da erigere templi in prossimità delle fonti o sulle sponde dei fiumi. Nella gola del Fermano, che per loro rappresentò la sacra “gola delle ninfe” i profughi magnogreci eressero il loro tempio. E scelsero l’argine del fiume, in prossimità delle sorgenti sulfuree, perché, per loro, quelle acque calde erano la testimonianza diretta e concreta della potenza divina.

Dell’esistenza del tempio realizzato sull’argine del Fermano e nelle immediate adiacenze di una delle sorgenti di acqua calda sulfurea che sin dall’antichità è stata utilizzata per debellare alcune malattie reumatiche e della pelle, unitamente alla presenza di ruderi con frammenti di colonne che, superstiti al “flagello” del 1783 sono stati visibili fino ai primi decenni del secolo XIX, fa memoria l’avv. Antonio Morfea Sergio, Barone della Ghilina, in una lettera-relazione scritta nel 1841 e consegnata all’Intendente di Reggio Roberto Bettis perché unitamente ad una copia della relazione medico-scientifica redatta dal dott. Raffaele Ruffo, “medico chimico” di Galatro e diretta alle autorità sanitarie del Regno, la inoltrasse al Governo del Re. In particolare, il nobile e colto galatrese con la sua lettera-relazione testimonia, che fino ad alcuni anni prima, proprio nella valle del Fermano si vedeva ancora “un muro alto palmi sei e lungo otto e corre voce nel volgo che fosse stato colà un palazzo di fate; ma io credo che tal tradizione abbia origine dall’esser quel muro reliquia di un antico tempietto alle Naiadi dicato”. Atal proposito, va ricordato che nella cultura magnogreca le Naiadi erano considerate benefiche divinità della salute. Nel caso specifico, il tempietto galatrese sarà stato dedicato ad una “Potameide” (ninfe dei fiumi) e la titolare si sarà chiamata “Fermano”, dal nome del fiume. Ma non è da escludere che, proprio perché era stato realizzato in prossimità di una sorgente di acqua calda sulfurea, possa essere stato dedicato a Mefite, la dea dell’acqua terapeutica.

Altri importanti elementi che avvalorano la presenza del tempio, e, quindi, quella dei coloni magno-greci di Medma, ci giungono dal fortuito rinvenimento, nella stessa zona termale, di importanti reperti archeologici. Nel mese di maggio del 1961, infatti, nel predisporre i lavori propedeutici all’avvio della nuova stagione termale, nella veste di direttore dello “stabilimento balneare”, incaricai due operai i signori Giuseppe Palmieri e Gregorio Cirillo – a rimuovere la frana che nella tarda primavera si era staccata dalla collina e scivolando verso valle aveva interrotto la condotta dell’acqua. Nel corso dei lavori i due operai hanno dissotterrato una tomba – del tipo “a cappuccina” – contenente diversi frammenti di uno scheletro umano, alcuni vasi lacrimali, arredi funerari, e – ancora integra – una statuina in terracotta, alta circa 25 centimetri. Altre due (di uguali dimensioni ed anch’esse interessanti per la fattura artistica) sono state rinvenute acefale. Dopo aver accuratamente pulito dal fango tutti i reperti ed in attesa che il casuale ritrovamento fosse denunciato per la successiva consegna alla competente Soprintendenza, per qualche settimana, sono stati conservati nell’ufficio di Direzione delle Terme. Qui gli interessanti reperti sono stati ammirati da moltissime persone. Anche dal prof. Salvatore Settis, noto studioso di archeologia originario di Rosarno, che quell’estate, ancora studente universitario, in macchina accompagnava la mamma alle terme per la balneoterapia.

Successivamente il prof. Settis, in un suo studio, pubblicato sulle pagine della rivista Klearcos, (XIV, 1972, pag. 53) ha dato importante ed autorevole testimonianza del ritrovamento dei reperti di cui occasionalmente aveva preso visione a Galatro e li ha “datati” risalenti al V secolo a.C. In altra occasione ma sempre nei pressi del fabbricato termale è stata rinvenuta una “erma” [dal greco ερμhς e latino: herma e hermes], cumulo di pietre che nella cultura magno-greca era espressione votiva nei confronti di Ermes, dio della fecondità e protettore dei viandanti. Le “erme” venivano realizzate sul margine della strada e solitamente erano sormontate da una testa umana con un fallo a metà altezza, simbolo di fecondità. I due importanti ritrovamenti archeologici ricordati testimoniano come le acque termali di Galatro fossero conosciute ed utilizzate già nel V secolo a.C. e, pertanto, molto prima dell’arrivo dei monaci basiliani che in queste nostre contrade interne sono arrivati nei primi decenni del X secolo d.C.

Non sappiamo fino a quando i coloni medmei hanno fatto uso delle acque termali galatresi, è certo, però, che da quell’epoca in poi le nostre acque divennero centro di attrazione per quanti soffrivano di dolori articolari e di malattie reumatiche. È cero altresì, che per diversi secoli nel greto del Fermano e nelle immediate adiacenze della gola granitica, mediante l’utilizzo di canne e di rami fronduti recuperati nei vicini boschi, venivano costruite rustiche capanne che servivano da riparo a quanti accorrevano per praticare una primordiale balneoterapia all’interno di piscine naturali scavate nel greto. Da una voluminosa documentazione -relativa al 1800- sappiamo che annualmente l’Amministrazione Comunale provvedeva a bandire la gara d’appalto per la concessione ai privati della gestione dell’uso delle acque termali garantendo in cambio la fornitura del necessario numero di tini di legno da posizionare nelle capanne perché, in sostituzione delle piscine scavate nel greto, servissero da vasche. Le capanne con gli annessi tini e la procedura dell’appalto ai privati, sono state tenute in vita fino al 1891, fino a quando, cioè, il sindaco G. B. Buda, anticipando l’ingente somma necessaria non decise di costruire un fabbricato che desse valore e decoro alle cure termali e non lo aprisse al pubblico dotando Galatro di un centro di cure che all’epoca è stato all’avanguardia nel settore del termalismo nazionale e tra i più moderni del Meridione. Non sto a ricordare le disavventure economiche del sindaco Buda che negli anni successivi, oltre a dimostrarsi abile amministratore e stratega nel riuscire ad evitare che il Comune, con l’incasso della vendita di alcuni boschi riuscisse a restituirgli la somma anticipata per la realizzazione del fabbricato ed entrasse nella sua piena proprietà, ma dopo numerosi rinvii, ha dovuto subire anche l’onta della vendita all’asta dello stabilimento balneare, disposta dal Tribunale civile di Palmi, “per non aver onorato i debiti precedentemente contratti insieme al fratello Antonio”.

Era il 6 novembre del 1930 e per la struttura termale galatrese aveva inizio un nuovo corso con la gestione dell’on.le Nicola Siles, industriale di Reggio Calabria – assegnatario dell’asta del Tribunale – che ha subito voluto come socio il signor Francesco Ferraro, col quale l’industriale reggino da anni aveva un rapporto fiduciario di lavoro. Quattro anni dopo, però, preso da impegni politici, l’on. Siles cedette al Ferraro ed al nipote di questi, Curinga Carmelo Domenico, la proprietà dello Stabilimento dei bagni.   I nuovi proprietari, pur essendo completamente estranei al settore termale, dimostrando buona volontà e facendosi affiancare da persone del luogo vicine agli ambienti sanitari, si buttarono a capofitto nella conduzione dello stabilimento idroterapico riuscendo a fare dell’acqua termale il loro nuovo settore di lavoro. Per offrire servizi migliori ai numerosi pazienti hanno provato a riscaldare l’acqua che nelle ore notturne si raccoglieva nel capiente serbatoio interrato e che veniva utilizzata per alimentare le vasche di seconda classe. Tale pratica, però, fu ritenuta arbitraria perché “alterava la composizione chimica dell’acqua” e denunciata più volte. Si deve ai due nuovi proprietari la prima analisi chimica completa delle acque minerali utilizzate per i bagni nello stabilimento galatrese. Nel 1936, infatti, per colmare la vistosa lacuna che si protraeva da decenni, hanno conferito l’incarico di sottoporre ad analisi le acque al prof. Bruno Ricca, direttore incaricato dell’istituto di chimica fisica della R. Università di Messina e del Laboratorio chimico provinciale di Reggio Calabria. I risultati furono pubblicati e distribuiti ai medici del comprensorio.

Lo “stabilimento termale” rimarrà di proprietà del signor Curinga Carmelo Domenico fino al 1966 e poi della vedova che lo ha gestito fino all’estate del 1972 perché, in seguito agli ingenti danni alluvionali del gennaio 73 la struttura è rimasta chiusa. Trascorsi due anni di totale inattività dello stabilimento, il sindaco Bruno Marazzita, che aveva già avviato le trattative di vendita con i proprietari, mise in moto la macchina amministrativa nella ferma intenzione di acquistare la struttura e, dopo i necessari interventi di recupero, riaprirla al pubblico. Ottenuta la revoca della concessione mineraria per lo sfruttamento delle acque termali e dopo aver proceduto all’acquisto dell’immobile, il Sindaco ha avviato i lavori di rifacimento dei reparti danneggiati e di realizzazione di quelli di nuova istituzione (aerosol, otorino, magnetoterapia, ecc.) contemporaneamente alle pratiche amministrative inoltrate alla Casmez ed alla Regione Calabria per la costruzione di un grande moderno fabbricato da adibire a struttura termale. Il ristrutturato ottocentesco “Stabilimento balneare” è stato riaperto al pubblico il 12 luglio 1981 e fino al 2000 ha provveduto a gestire la stagione termale direttamente il Comune.

Nel frattempo poiché i lavori di costruzione del nuovo complesso termale erano stati ultimati, l’Amministrazione comunale ha deciso che sin dalla stagione 2001 la gestione delle nuove terme sarebbe stata affidata ad una società privata. Tra alti e bassi la gestione è andata avanti fino a quando, nell’ultimo quinquennio, le polemiche e le liti tra il nuovo gestore e la proprietà, hanno assunto toni esasperati e tali da costringere il Comune a ricorrere alle vie legali per poter ritornare nel pieno possesso della proprietà. E se dopo una serie di sentenze l’Amministrazione Comunale è riuscita a far trionfare la legge, lo si deve alla determinazione del tecnico comunale, arch. Michele Politanò, e soprattutto all’amore per il paese natio ed alla caparbietà, e alla rettitudine amministrativa del sindaco Carmelo Panetta e dell’assessore avv. Pasquale Simari che nella lunga e complessa vertenza ha saputo sedere sulla poltrona del regista e da provetto avvocato far valere la sua specifica preparazione. Grazie al loro sapiente lavoro da giugno 2017 le terme sono tornate ad essere gestite dal Comune e, per esso, dalla “Terme di Galatro s.r.l” che nell’Amministratore unico, dott. Domenico Lione, ha il suo esperto ed oculato timoniere.

Galatro, 18 maggio 2024

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Una risposta

  1. Salvatore Rizzo ha detto:

    Lo studioso cultore della nostra storia ci fa apprezzare maggiormente luoghi che spesso vengono sottovalutati.
    Piano piano il nostro territorio acquista il valore che merita grazie agli intellettuali come Scozzarra e Di Stilo.

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