CARISSIMO MICHELE… UMBERTO DI STILO INTERVIENE SUL MIO ARTICOLO “SAN ROCCO DI STELLITANONE ALLA CONA”

Il mese scorso ho scritto un articolo raccontando i momenti di preghiera organizzati da don Cecè Feliciano, parroco di Laureana di Borrello, in onore di san Rocco; in particolare, ho scritto della giornata che ha visto “san Rocco pellegrino” in un luogo a noi galatresi molto caro: la Chiesa alla Cona.

Ho scritto come la scelta di portare san Rocco alla “Cona” ha un suo significato “particolare”, legato alla devozione che la gente che vive nelle contrade intorno alla Cona ha sempre avuto verso san Rocco di Stellitanone che, nei decenni passati, si è manifestata con la grande quantità di grano che i fedeli consegnavano ai responsabili del Comitato festa di san Rocco, per farlo pane e distribuirlo agli stessi abitanti della Cona e ai bisognosi.

Con grande soddisfazione, proprio stasera ho ricevuto una bellissima “integrazione e correzione” al mio articolo da parte dell’amico prof. Umberto di Stilo: solo da un grande studioso delle tradizioni della nostra terra poteva venire un simile contributo, con l’onestà intellettuale di dare testimonianza che “l’offerta del grano come ex voto non era una prerogativa dei contadini e massari dell’altopiano di Castellace di Galatro”.

Ringrazio Umberto di Stilo per avere fatto emergere, con questo suo scritto, una pagina della nostra religiosità popolare che con il tempo è andata perduta e per avere egregiamente inserito, nel contesto della religiosità popolare delle nostre contrade montane, anche la devozione verso la Madonna della Montagna con l’offerta come “ex voto” alla Madre protettrice dei Campi del loro prodotto più pregiato: il caciocavallo.

Per quanto riguarda la conclusione dello scritto di Umberto di Stilo, sulla “moda” di portare da un paese all’altro le statue dei Santi e nel proliferare di questi “nuovi pellegrinaggi”, è da condividere “in toto”, in quanto non aiutano certamente l’avvicinamento della Chiesa con il popolo.

Grazie prof. Umberto, sempre puntuale, preciso e prezioso.

Carissimo Michele,

come ben sai, soprattutto in estate, “frequento” poco i social anche perché, viste le mie precarie condizioni di salute, preferisco dedicare il mio tempo al riposo fisico e mentale. Solo per questo ho letto con molto ritardo la tua nota su “San Rocco di Stellitanone pellegrino alla Cona”.

Il tuo scritto conferma – qualora ce ne fosse bisogno – la tua ormai consueta puntualità di cronista attento agli eventi (soprattutto se di argomento religioso). Mi spiace, però, doverti segnalare che in questa circostanza – forse perché le apprensioni per la salute della mamma ti hanno costretto a non approfondire e verificare l’argomento – sei incorso in una (sicuramente involontaria) inesattezza. Hai attribuito, infatti, ai fedeli della contrada Castellace la tradizione devozionale di portare grano in offerta, come ex voto, al Santo di Montpellier nel giorno della solenne festa che da secoli si celebra a Stellitanone.

E preciso di Castellace e non della Cona, come operando una limitazione dei luoghi scrivi, perché – lo sai benissimo – la Cona è solo un punto di concreto riferimento originato nella tradizione local-popolare dalla presenza dell’antica Icona dedicata alla Madonna della Montagna alla quale, da 11 anni, si è aggiunta la nuova chiesa di “Santa Maria di Palangati” (e non di Santa Maria della Cona).

Tornando all’offerta del grano, caro Michele, voglio ricordarti che tale oblazione come ex voto non era una prerogativa dei soli contadini e massari dell’altopiano di Castellace di Galatro. Infatti, era consuetudine radicata da secoli anche per i contadini di tutte le altre contrade montane galatresi (Santa Maria, Tre Valloni, Santa Maria di Palangati, Salice, Donna Imperi, ecc.) e di quelli che abitavano in territorio di San Pietro di Caridà: Monsoreto, Prateria, Misimizzi, ecc., che nei giorni della festa (fino a qualche decennio addietro: ultima domenica di agosto) scendevano a Stellitanone con il loro grano, da poche settimane mietuto e trebbiato.

Offrivano al Santo ciò che avevano di più prezioso per ringraziarlo del raccolto abbondante o per sciogliere un voto per grazia ricevuta. Offerta del grano come ex voto, dunque. E perché proprio il grano? La risposta è semplice e si rifà soprattutto al “bios” del santo e all’episodio che nella iconografia classica di San Rocco è ricordata dalla presenza del cane con in bocca una pagnotta. E’ proprio dall’importante episodio del cane che provvedeva a rifornire il Santo di una pagnotta al giorno che trae origine l’offerta del grano da parte dei proprietari terrieri-cerealicoltori del nostro altopiano.

Era questa una forma di religiosità popolare che col tempo si è andata perdendo, anche perché – come ben sai – le campagne si sono sempre più spopolate, i vasti terreni nei quali si coltivavano i cereali sono quasi completamente abbandonati e nessuno provvede più a far ruotare la coltivazione del grano con quella del granone, dell’avena e del luppino, così come i nostri contadini hanno fatto per secoli.

Il grano offerto dai coltivatori delle nostre contrade montane veniva successivamente macinato. E’ vero. La farina ottenuta, in parte, veniva panificata e il pane prodotto (sotto forma di “pagnotta”) veniva distribuito alle famiglie povere di Stellitanone e delle zone limitrofe (i poveri allora erano veramente numerosi!) ed in parte veniva venduta e il ricavato era subito destinato al pagamento delle spese che l’apposita commissione aveva sostenuto per i solenni festeggiamenti oppure andava a creare il fondo cassa per la festa dell’anno successivo.

Nello stesso periodo in cui a san Rocco di Stellitanone i devoti offrivano il grano “per grazia ricevuta”, i pastori (i “massari”) dimoranti nelle nostre contrade montane, nei giorni della festa della Madonna della Montagna (7 e 8 settembre) scendevano a Galatro per offrire come “ex voto” alla Madre celeste, protettrice dei campi e degli armenti, il loro prodotto più pregiato: il caciocavallo. Anche il nesso logico tra il tipico prodotto offerto e l’iconografia della nostra Madonna è quanto mai semplice e chiaro. Ai piedi di Maria SS. della Montagna (o di Polsi) non c’è forse un giovenco inginocchiato?  E i nostri pastori non hanno sempre sostenuto, a ragione, che la Madonna della Montagna è, soprattutto, la “loro” protettrice e la “loro” patrona?

A ben “leggere” le tradizioni, come vedi, c’è sempre una genesi storica. Importante è cercare di non snaturarla con “credenze” locali o, peggio, con alterazioni campanilistiche che, non di rado, falsano la natura stessa della tradizione.

Non volermene, Michele, se mi sono spinto a fare la precisazione sulla scomparsa consuetudine dell’offerta del grano. Avrei potuto lasciar perdere e far sì che ai nostri compaesani di Castellace venisse attribuita una tradizione di religiosità popolare che non è solo loro.

Ma avrei tradito tutti i contadini della zona montana che in passato quella tradizione hanno condivisa e tenuta in vita. Ho pensato che fosse giusto “dare a Cesare quel che è di Casare…”. Perché – e mi ripeto – l’offerta a san Rocco del grano appena mietuto, fino a metà degli anni sessanta del secolo scorso, è stata tenuta in vita da tutti i contadini che vivevano nelle varie contrade di quel vasto altopiano. Così come fino a qualche decennio addietro è stata tenuta in vita la tradizione dell’offerta dei profumati e saporiti caciocavalli come ex voto alla “nostra” Madonna della Montagna.  Quanto alla “moda” di portare da un paese all’altro le statue dei santi e sul proliferare di questi nuovi pellegrinaggi, sai bene come la penso. (Ma nel “decreto” del Vescovo della Diocesi, non era fatto espresso “divieto” a “nuove processioni”?)

Vero è che nell’immediato dopoguerra ed alla vigilia della prima grande consultazione elettorale politica (1948) contro lo spauracchio del partito comunista fu portata in giro per i paesi della Piana la statua della Madonna di Polsi che mai prima di allora – neppure in occasione di cataclismi naturali – aveva lasciato la sua chiesetta posta in fondo alla suggestiva e lussureggiante valle d’Aspromonte.

Adesso – che io sappia – non ci sono minacce ideologiche all’orizzonte e sono convinto che a quel tipo di propaganda nessuno crederebbe più.

Allora, mi chiedo (e ti chiedo): perchè portare da un paese all’altro le statue dei santi? Per diffondere i loro culti?

E siamo sicuri che nell’era dell’informatica per diffondere il culto di un santo sia necessaria la “pregrinatio” della sua statua?

Personalmente sono convinto che sarebbe più opportuno che chi è preposto a tale scopo si impegnasse un po’ di più a divulgare concretamente – ed in modo capillare – la parola di Dio, il culto dei santi e a rendersi centro propulsore di vita cristiana vivendo a continuo contatto con il popolo.

Che desse, cioè, nuovi stimoli cristiani agli animi inariditi da una sempre più diffusa desertificazione spirituale.

Tutto ciò è pretendere troppo? Non mi sembra.

Scusami per lo sproloquio. Credimi: non volevo annoiarti.

Con sincera, immutata stima e con un fraterno abbraccio,

Umberto di Stilo

(Nicotera Marina, 24 agosto 2017, festività di San Bartolomeo apostolo)

Commento di don Gildo Albanese

Ermenegildo Albanese

L’iniziativa si portare i santi da un paese all’altro sta diventando una moda che sa di folklore e manifesta tutta la debolezza e la povertà della Chiesa di oggi nel nostro territorio di evangelizzare con una pastorale che sa incontrare le persone con una proposta seria di fede. Per tanti (specie preti e io mi ci metto dentro) è un alibi. La Chiesa oggi non ci propone questo tipo di pastorale che lascia il tempo che trova. Bisogna avere il coraggio di discernere i segni del tempo e scoprire o forse inventarsi qualcosa che provochi lo stupore di Dio dentro il cuore. L’uomo di oggi ha sete di Dio e non di folklore religioso.La devozione popolare impregnata di Parola di Dio e unita alla liturgia è una gran bella cosa utile alla fede, il devozionalismo (e la passeggiata dei Santi nei paesi appartiene a questo genere) non fa crescere la fede.

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