PER IL CORAGGIO DEL “FOLLE VOLO”: TE DEUM LAUDAMUS

Anche in questo ultimo giorno dell’Anno del Signore 2018, voglio scrivere un mio personale “Te Deum laudamus” per questo anno che sta andando via. Ognuno di noi ha in cuore un qualcosa per cui deve dire “grazie!” a questo anno ormai passato. E ciò non vuol dire che dobbiamo pensare solo ad eventi che ci hanno dato felicità. A volte anche il dolore e le circostanze tristi ci insegnano tanto, ma anche in queste situazioni, a essere grati si vive meglio, come uno che sa di avere ricevuto un dono ed è contento, e la gratitudine maggiore sta nella constatazione che “il nostro cuore, quello dei nostri cari batte ancora: questa notizia è quella di cui, quasi mai, ci accorgiamo, quella di cui non scrivono i giornali… ma è la notizia più straordinaria che ci dice che siamo vivi!”.

E’ nel silenzio che si porta dietro il Natale che ci investe una grande risorsa, che ci impone di prenderci qualche momento tutto per noi: di solito si pensano e si rivivono cose trascurate per tutto il resto dell’anno, e resta tanto tempo anche per vedere qualche buon film alla televisione, per riordinare qualche vecchio cassetto, per ascoltare un pò di musica, per cucinare qualche buon piatto.

E, non ultimo, c’è anche il tempo di ascoltarsi dentro, di fare qualche buon proponimento, di coccolare la propria solitudine, la propria nostalgia, i propri progetti: imbarcarsi in un “viaggio” dove la strada dei propri desideri, delle proprie speranze, va ben oltre quelli che sono i confini da noi immaginati.

Per questo viaggiare “oltre” i confini della nostra immaginazione significa, anche, scoprire che, grazie a Dio, la Storia è sempre più forte delle ideologie e la cultura reale, anche quando è costretta al silenzio, vince sempre su quella artificiale, inventata a tavolino o imposta dal potere, anche attraverso i mass media. Bisogna avere il coraggio di sfidare le “nuove colonne di Ercole”, imposte dal nuovo, che poi è sempre lo stesso, potere.

Fra le figure poetiche che la Grecia ha consegnato alla cultura occidentale, quella di Ulisse mi ha sempre trasmesso una suggestione unica. Il viaggio del re di Itaca simboleggia un’ansia di conoscenza che rinasce più acuta dopo ogni conquista: quest’ansia e questa sete di conoscenza conferiscono ad Ulisse la sua grandezza e nobiltà. Ed io ho sempre ammirato questa incapacità di appagarsi di quanto si ritiene già consolidato, per spingersi “più in là”: più in là di quello che il potere vuole farci credere, più in là dell’ipocrisia, della falsità e della cattiveria, dell’indifferenza.

Dante immagina Ulisse e i suoi compagni davanti alle colonne d’Ercole, al limite estremo, fissato dall’esistenza e dall’umana saggezza alla capacità di penetrazione dell’uomo. Qui si gioca il dramma. Tutto consiglia di arrestarsi davanti “a quella foce stretta / dov’Ercule segnò li suoi riguardi / acciò che l’uom più oltre non si metta”. Ma Ulisse non arretra, non rinnega la sua sete, non piega il desiderio di conoscere che intrama il fondo del suo essere, resta fedele all’ansia che ha mosso l’intera sua ricerca e chiama a questa stessa fedeltà i suoi compagni: “Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”. Perciò, consapevole del rischio mortale, disattende la saggezza e va oltre, decide il “folle volo”, varcando il confine insieme ai suoi… fino a che un turbine impetuoso li travolge e il mare si richiude su di loro, “com’altrui piacque”.

L’Ulisse dantesco ci dice che dobbiamo andare più in là di tutto ciò che non permette di gustare quello che è “l’essenziale” della vita, quello per cui vale la pena vivere: in pratica, il bisogno di attingere il bene e il vero nella loro definitività, senza arrestarli ad obiettivi parziali e consolidati. Bisogna andare “oltre” perché non si vive di sola carriera e di corsa agli ostacoli; e gli unici nemici in agguato non sono solo lo stress ed il colesterolo. Magari fosse così. Il nemico peggiore è quello che ti impedisce di fermarti, anche un istante, ad ascoltare il rumore sommesso della vita che passa; quello che ti impedisce di trovare il tempo per riconsiderare i rapporti con i tuoi cari e con quella balena bianca che siamo abituati, superficialmente, a ritenere il nostro prossimo.

Queste cose ho pensato, in una lucida follia, nei giorni di Natale: certamente non a caso, ho detto “lucida follia”, perché oggi voler andare “oltre” quello che appare come l’immediato interesse, può sembrare pura follia. Ma risuona sempre più vero quel detto dice: “verrà un tempo, in cui gli uomini diventeranno pazzi e quando incontreranno uno che non è pazzo, si rivolgeranno a lui dicendo: tu sei Pazzo, e questo solo perché non assomiglierà a loro”.

In un mondo dove tutto è visto in funzione del potere, della carriera e degli interessi, a voler pensare che c’è qualcosa di “oltre” che è più importante, si rischia di essere considerati folli. Per accorgersi di questo “oltre”, oggi bisogna ritrovare il coraggio di sfidare la mentalità dominante “navigare per superare le “nuove” colonne di Ercole”, a costo di naufragare.

Ma, come è dolce il naufragare in questo mare…

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