ALLA RICERCA DI UN PAVESE SCONOSCIUTO


ALLA RICERCA DI UN PAVESE SCONOSCIUTO

Intervista a Giuseppe Neri di Michele Scozzarra

Cesare Pavese morì 40 anni fa, nella notte tra il 27 ed il 28 agosto del 1950. Venne trovato morto in una camera d’albergo a Torino.

In tutti questi anni e, soprattutto, in questi ultimi mesi, su di lui si è scritto molto, forse più che di ogni altro scrittore contemporaneo. Dopo la sua morte ognuno ha detto la sua: esaltato da chi ne vedeva l’opportunita politica, condannato dagli altri.

Sappiamo come la sua figura sia stata oggetto di tutte le speculazioni di cui un costume giornalistico come il nostro, vacuo e pettegolo, è capace. Si ricorda sempre che accanto alle bustine vuote dei sonniferi che ave­va ingerito era scritto: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono! Va bene? Non fate pettegolezzi». E si ricorda anche che l’ultima frase del Diario dice: «Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Non si ri­corda, invece, che poche righe prima, si legge: «La cosa più segretamente temuta accade sempre. Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?».

Per scoprire più a fondo questo Pavese ignoto, senza preoccupazioni politiche, né curiosità scandalistiche, abbiamo incontrato il Prof. Giuseppe Neri, preside del Liceo Classico di Nicotera, intellettuale tra i massimi cono­scitori dello scrittore. Umilmente, in un lungo colloquio, siamo andati alla ricerca del Pavese, per molti sconosciuto, ma certamente più vero.

 

Per i 40 anni della morte si torna a parlare di Cesare Pavese. Gli intellettuali che hanno dominato (ed indirizzato!) la cultura ufficiale dagli anni ’50 in poi, hanno imbalsamato I’ingombrante eredità pavesiana, occultandone gli accenti più veri e drammatici (una vicen­da che trova precise analogie col silenzio che avvolge l’ opera di Pier Paolo Pasolini). Esiste una analogia con la vicenda di Pasolini? E perché si è tentato (e si tenta ancora) di soffocare la voce, tante volte ascoltata poco e male, di Cesare Pavese?

 «I rumores che seguono alla morte per suicidio i grandi artisti sono numerosi e anche scomposti, e spesso occultano quella che è la fisionomia autentica di uno scrittore ed il suo messaggio letterario. Non ho mai capito di alcuni intellettuali il ritmo che chiude una parte della vita e ne apre un’altra, nel senso che uno scrittore che deve considerare unità d’intenti tra vita e pensiero, spesso cade in uno iato profondo e vive in superficie quelli che, in realtà, sono i problemi agitati poi nell’opera. Nel caso Pavese il discorso è più difficile di quello che si possa pensare. Sono stati i suoi amici, gli intellet­tuali impegnati, a voler forse nascondere le debolezze politiche del langarolo. Tentare di legare il caso Pavese a Pasolini è una dimensione che non so accettare. La geografia poetica di Pavese è ricca di contenuti che hanno avuto sempre una faccia segreta, per cui studiare, cercare, scoprire misteri, aprire porte. Pasolini è stato più chiaro, più sfrontato, non ha nascosto nulla di sé fino a diventare scomodo e impopolare. La morte dell’uno è stata un riscatto di una vita angosciata, trascorsa con il favoleggiare suicidi, la morte dell’altro è stata respinta dagli intellettuali, quasi gioco di una vita vissuta in modo diverso con conseguenza della stessa diversità nella morte».

 

Sulla persona di Cesare Pavese, nei mesi scorsi, è stato scatenato un turbinio di illazioni e pettegolezzi. E’ stato polverizzato il mito del suo antifascismo militante, si è andato anche a frugare in certe sue patologie sessuali, e c’è anche chi ha creduto di trovare un “presunto Pavese cattolico”, Ma sembra che nessuno si chieda (e per questo io lo chiedo a te!), chi era Cesare Pavese e cosa cercava nella sua disperazione?

 «Chi era Pavese? Il mito di una generazione che sapeva di guardare a lui come si guarda spesso la cultura, con molta invidia e con rabbia. Illazioni e pettegolezzi ce ne saranno ancora su quella povera vita sua, vissuta come in un antico mito greco, dove tanto splendore si accompagna a tanto disin­canto. Lo aveva scritto di suo pugno nel frontespizio di Dialoghi con Leucò, prima del grande viaggio, “non fate troppi pettegolezzi”. Antifascista nel vero senso del termine non fu mai. Gli manco la grinta e la coscienza del tempo. Scrisse di antifascismo, ma quando, solo, a Brancaleone, temette il peggio, si piegò al regime con frasi usuali e banali idiozie che solo l’uomo qualunque poteva scrivere. Qualunque cosa possono dire o nascondere i mammasantissima della critica, restano un fascio di lettere e di documenti (61 per la precisione) da me trovati negli anni 70 presso l’ Archivio di Stato a Roma, che rivelano in Pavese debolezze politiche e poco entusiasmo verso se stesso. Delle patologie sessuali lasciamo perdere. Fernadèz (L’échec de Pavese) addirittura attribuisce il suicidio ad una affezione di impotenza. Ma sono arzigogoli e illazioni, il suicidio è ben altra cosa e nasce da motivi molto piu profondi. Non dimenticare i Dialoghi con Leucò, Pavese è calato nell’ etos greco fino ad una nuda drammaticità che i greci stessi quasi non ebbero. Fu spietato con se stesso, più di Edipo, più di Aiace».

 

Tanti intellettuali che di Pavese hanno costruito il “mito”, ora stanno dimostrando che di Pavese non sanno più che farsene: lo pre­sentano come “immaturo … irresoluto … un eterno adolescente …”. Da leggenda intoccabile a reietto. Come mai? Forse per censurare le do­mande che poneva? 0 altro …?

 «Sono intellettuali che, evidentemente, non conoscevano Pavese. Un po’ alla moda, un po’ malandati. Ma ti assicuro che non hanno letto tutte le sue cose. Eterno adolescente è un ruolo difficile che ameremmo tutti ma pochi, i saggi e gli intellettuali, finiscono poi con l’assumerlo».

 

Hai scritto sulla «Gazzetta del Sud» del «Taccuino» inedito che mette in discussione la fede politica di Pavese, della stampa che ne parla come una scoperta sensazionale e di come tu già nel 1977 hai segnalato il “caso Pavese” per le sue inesattezze ed incoerenze politi­che. Non pensi che il mito Pavese crolla soltanto per chi lo ha coltiva­to, mentre per chi ha ammirato e rispetta ancora la sua opera, i «Tac­cuini» non pongono alcun problema? Non credi che è troppo facile strumentalizzare la memoria di chi non è arretrato di fronte alle proprie contraddizioni (e non ne ha fatto mistero!) ed ha avuto il coraggio di portare il peso fino alle estreme conseguenze?

 «II Taccuino non mi ha detto proprio nulla. Era scontato per me, già fin dal 1977, che Pavese inneggiava al regime mentre scriveva Il compagno. I rumori e gli echi della stampa sono serviti a catturare certi pseudo-studiosi e le divette in cerca di letture stravolgenti».

 

Talvolta si ha l’impressione che si vuole condannare sia il Pavese dei dubbi, delle incertezze, delle contraddizioni, che il Pavese letterato che ha scritto dei libri eccellenti come «Lavorare stanca», «La casa in collina», «Dialoghi con Leuco» … Si ha l’impressione che si vuole con­dannare anche la letteratura … ?

 «II ruolo dell’intellettuale è davvero difficile, scontroso, privo di capric­ci. La letteratura è in fase di recessione continua; di scoperte ce ne saranno ancora. Ma non si può penalizzare, inasprire la cultura ufficiale che restitu­isce tra le pieghe e i risvolti di un autore anche i mutamenti del suo cuore, del gusto, della politica e dell’ intelligenza. Pavese sapeva scrivere più di qualsi­asi altro suo contemporaneo».

 

A chi ha apprezzato un Pavese irrisoluto forse, incapace di ritro­vare la propria immagine nei palliativi delle ideologie, che si difese con la solitudine dalla menzogna, ma che poi ebbe niente con cui di­fendersi dalla solitudine, le polemiche ed i linciaggi di questi mesi non ne modificano it giudizio. Ma non pensi che, per un contributo sereno all’opera di Pavese, per coglierne e giudicarne ii valore occorre una sensibilità ed una attenzione che tanti suoi improvvisati critici non pos­seggono? Dico questo perché leggendo tanti tristi vocaboli usati con­tro Pavese in questi ultimi mesi, mi sono chiesto perchè lo si vuole mettere alla gogna con tanto accanimento e violenza. Per dimostrare cosa…?

 «Non si dimostra niente. Pavese ruota in una fatalità che è stanchezza ma anche respiro del vero intellettuale. Vennero giudicati con forte limite letterario, a suo tempo, anche Proust e Sthendal, Mann e Gertrude Stein, per non dire del nostro Manzoni. Occorrono riflessioni più a freddo per capire quello che vi è nell’animo di uno scrittore».

 

Pavese è morto nel modo che sappiamo, portando con sé le tante contraddizioni del suo spirito angosciato. Ma quasi a voler spiegare di più le sue scelte, tra le cose più care ci ha lasciato i «Dialoghi con Leucò». Durante la presentazione del tuo ultimo libro su Pavese, mi ha colpito la tua affermazione che “il mistero della vicenda umana di Pavese è  racchiuso nei «Dialoghi con Leucò»”. Perché ritieni i «Dia­loghi» così importanti e come mai Pavese, per lasciare il messaggio a Lui più caro, si è “affidato” alla mitologia?

«E’ una vita che cerco di capire i Dialoghi con Leucò perché penso che la fonte del suo dire e di tutta una cultura che abbraccia un trentennio letterario è proprio qui, in quest’operetta che Pavese si portò sul comodino della stanza della camera d’albergo a Torino il penoso 27 agosto 1950, quan­do decise il suicidio. Di tutta l’opera letteraria italiana, di tutta la cultura europea ed americana, scelse di morire, tenendo tra le mani i Dialoghi. II mondo greco lo affascinava ma occorreva dare ai miti greci pensieri con­temporanei, agli eroi parole nuove e riflessioni psicoanalitiche. Un incrocio di Euripide, Freud e Frazer. Sono da anni alla ricerca di un filo che leghi le immagini; ci sarà, senz’altro, altrimenti resta un’opera digressiva e dissocia­ta. Cosa difficile per Pavese, considerato il taglio serio della sua intellettività».

 

Quest’estate Pavese è salito alla ribalta delle cronache, anche per l’attenzione di cui è stato fatto oggetto al Meeting ciellino di Rimini. Allo stand-libri, Pavese per vendite ha scavalcato Eliot, che del Mee­ting era un “protagonista”. Come mai l’opera di Pavese esercita un fascino straordinario in una realtà, come quella di Comunione e Libe­razione?

«Purtroppo è una questione di moda. Quando si usò la minigonna tutte le donne abbandonarono le brache. Si parla molto di un autore a seguito di uno scandalo o a che so io di impensato. Verrà il momento in cui cadrà di nuovo il silenzio. Ma Pavese sarà destinato a uscire ancora dal limbo e chissà quanti altri schiamazzi! ».

L’intervista è stata pubblicata su Proposte, ottobre 1990 e nel volume “Itinerari di letteratura contemporanea, elzeviri incontri interviste”, Editoriale Progetto 2000, 2000.

Giuseppe Neri è nato, e vive, a Nicotera il 1 gennaio del 1944. E’ stato professore di Italiano negli Istituti Superiori. Preside del Liceo Classico “B. Vinci” e dell’Itis “A. Russo” di Nicotera. E’ stato per un periodo di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea all’Università degli Studi di Messina. Collabora alle terze pagine letterarie di molti quotidiani e periodici Nazionali. Ha pubblicato molti libri con diverse case editrici e ha al suo attivo numerose pubblicazioni su Cesare Pavese, tra cui: Pavese. Tutte le opere 1977; Pavese in Calabria. Storia del Confino, 1989; Itinerari di Letteratura contemporanea, 2000.

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