DOMANI DON NATALE IOCULANO “PER OBBEDIENZA” LASCIA GALATRO

Carissimo don Natale, senza troppi giri di parole, ti dico “grazie” per il servizio che hai svolto in questi tre anni a Galatro, facendo risplendere la figura di Cristo, il buon pastore che ama e vigila il suo gregge: ti sei interessato dei lontani o dispersi e, con attenta discrezione, hai ricucito o sanato situazioni lacerate e compromesse che hai trovato alla data del tuo insediamento. Sei stato la testimonianza vivente che un sacerdote non è un funzionario, un avventizio, un organizzatore di eventi che nulla hanno a che fare con il Cristianesimo, un burocrate di passaggio che si prepara ad altri e più prestigiosi incarichi, così come ci è capitato di sentire gridare alla fine di qualche ordinazione: “Ad altiora!… a più alte cariche”. Come vedo lontane queste affermazioni dalla tua persona: dopo un prestigioso incarico alla CEI hai accettato di fare il parroco a Galatro e lo hai fatto bene, con umiltà e grande fede, accettando senza riserve il popolo che il Signore ti ha affidato, avendo ben chiaro che se Nostro Signore Gesù Cristo ha voluto nascere a Betlemme, un piccolo villaggio della Galilea, e non a Roma o in un’altra grande città dell’Impero, un motivo ci sarà stato. E’ la fede che ci anima che trasforma l’ambiente nel quale operiamo non l’importanza del posto: don Lorenzo Milani, da Barbiana, un piccolo villaggio di poche decine di anime sperduto tra le montagne, ha rivoluzionato la scuola, la società e anche la Chiesa italiana.  

Nella Bolla vescovile del 1 luglio 2018 con la quale sei stato nominato Parroco della Parrocchia san Nicola e Maria SS. Della Montagna in Galatro, sono state riportate chiaramente le ragioni della tua nomina: “Occorreva indirizzarsi decisamente su una strada completamente diversa e di autentica conversione rispetto al passato. Non sarebbe, infatti, potuto più succedere ad un qualsiasi presbitero, vivere impatti non collaborativi, di permanente critica, di azioni lesive la buona fama, tutto contribuendo a creare un clima privo della serenità necessaria per la costruzione del Regno, che certamente conosce la via maestra della Croce, ma non riconosce a nessuno di essere gratuito fabbricante. Nelle verifiche fatte periodicamente in questi mesi, mi hai infatti informato del progressivo clima di ritrovata serenità, dell’accettazione della tua persona e della disponibilità, se richiesta, di continuare nel servizio intrapreso”. E, nonostante il gravoso compito che ti è stato affidato, bisogna realmente riconoscere come profondamente vero, quanto è stato scritto su di te: “il nuovo Parroco appare a tutti come uno di noi da sempre, essendo riuscito a far breccia nel cuore e nella mente dei galatresi grazie ad una pastorale che rispecchia un modo d’essere e di trasmettere l’annuncio evangelico sentito come profondamente autentico. Don Natale, per intenderci, ha spianato la complessità della storia, della cultura, della geografia e delle problematiche locali, con la semplice proposta di uno stile di vita incarnato in un modello di esistenza”.

La tua testimonianza nella nostra comunità mi ha fatto vedere “incarnato” il motto che Joseph Ratzinger, oggi Papa Emerito Benedetto XVI, ha scritto sull’invito per la sua prima messa: “Non siamo i padroni della vostra fede, ma i servi della vostra gioia… nell’ambito di una concezione moderna del sacerdozio non solo avevamo acquisito la consapevolezza che l’idea del reverendo è sbagliata, e che il prete è sempre un servo, ma avevamo anche svolto un grosso lavoro interiore su questo concetto per non salire su un piedistallo troppo alto. Io non avrei mai osato presentarmi come “reverendo”. Essere consapevoli che noi sacerdoti non siamo padroni, ma servi, dal mio punto di vista non era solo consolante, ma anche importante per poter accettare l’ordinazione. Pertanto consideravo questa frase un motivo centrale: un motivo che avevo ritrovato nella Sacra Scrittura, nei testi più diversi, e in cui mi sembrava si esprimesse particolarmente quello che io ero”. Piano piano, sei riuscito a inserirti, silenziosamente e umilmente, in quel popolo rappresentato dalla Chiesa di Galatro, della quale non ti sei mai sentito il padrone della nostra fede ma, piuttosto, il servo della nostra gioia. Diversi amici mi hanno chiesto come mai non ho scritto nulla, in questo periodo, sul tuo “immotivato e immediato” trasferimento da Galatro. La risposta è semplice: davanti a tutto ciò che sta avvenendo con decisioni che fanno molto riflettere e preoccupare, occorre veramente chiedere l’intervento di Dio per non cadere nell’inutile rischio di finire nella mischia della confusione che mi pare stia prendendo sempre più piede nella nostra Diocesi. Ho meditato molto in questi giorni pensando che il problema grande del nostro tempo non sono le forze del male, è la sonnolenza dei buoni: il Signore nell’orto degli ulivi per due volte ha detto ai suoi apostoli “Vegliate”, ed essi dormirono. “Vegliate” dice a noi, cerchiamo di non dormire in questo tempo, ma noi non solo dormiamo, ma russiamo in un profondo e irragionevole sonno.

Caro don Natale capisco benissimo lo stato d’animo che hai espresso nel messaggio che hai mandato alla nostra comunità il 30 giugno scorso: “Il Vescovo, nello svolgimento del suo ministero pastorale nella Diocesi di Oppido Mamertina Palmi, ha proposto a me di partecipare alla sua sollecitudine pastorale con la disponibilità a servire il Signore in un’altra parrocchia. Personalmente pur avendo la facoltà di rifiutare tale proposta ho accettato e ho offerto la mia disponibilità secondo i bisogni della Diocesi. Se avessi rifiutato, per come sono fatto, ciò lo avrei vissuto come disobbedienza innanzitutto al Signore e in secondo luogo al Vescovo e anche se fossi rimasto qui a Galatro non avrei avuto più quella libertà d’animo che ha caratterizzato il nostro camminare di questi tre anni e mezzo”. D’altra parte anche San Tommaso d’Aquino (e non sto certamente a spiegare a te chi era!) ha insegnato che l’obbedienza ha dei limiti. Non ti meravigliare se arrivo a commentare questo tuo messaggio come una “resa al Maligno”. Se la realtà che ti è stata affidata era quella descritta nella Bolla con la quale sei stato insediato a Parroco di Galatro, se il lavoro che hai fatto in questi pochi anni “ha spianato la complessità della storia, della cultura, della geografia e delle problematiche locali, con la semplice proposta di uno stile di vita incarnato in un modello di esistenza”, ecco che questo non poteva non disturbare il Diavolo; per questo ha inferto un colpo tremendo alla Chiesa di Galatro proprio attraverso la tua “obbedienza”; anche in questo caso il colpo magistrale di Satana è stato di riuscire a farti disobbedire per obbedienza, facendoti abbandonare il posto dove Dio ti aveva messo con un compito che non potevi disertare.

Prendendo spunto dal fatto che non ho scritto un rigo sulla tua “rimozione”, mi è stato fatto notare come oggi del Sant’Uffizio è rimasta solo la toponomastica nella piazza dove ha sede il palazzo, all’ombra del cupolone, ma è rimasta nel gergo dei romani autentici la frase: “Sono cose da Sant’Uffizio” per catalogare fatti inspiegabili, sconvolgenti e impressionanti così come è accaduto con il tuo allontanamento dalla comunità di Galatro. Qualche anno fa il Cardinale Robert Sarah, nel domandarsi dove sta andando la Chiesa cattolica ha rilasciato   interessanti dichiarazioni sulla scelta di “buoni vescovi”: “Vorrei anche sottolineare che a volte ottimi preti non sono fatti per essere vescovi. A volte un buon sacerdote, una volta vescovo diviene irriconoscibile, perché l’autorità, l’esercizio del potere lo hanno cambiato profondamente. Invece di essere un padre, un leader spirituale e un pastore, diventa un capo difficile e povero nei rapporti umani”. Non voglio andare oltre, potrei ma preferisco fermarmi alla vecchia massima: “a chiaro testo non bisogna fare oscura glossa”. Da parte mia, vedendo anche il legame cresciuto con la gente di Galatro, resto sempre più convinto che “potendo scegliere quello che Dio chiedeva al tuo cuore” tu non saresti mai andato via da Galatro, nonostante le voci sommerse dicono che sei stato “promosso ad una sede ambita da tanti” e quindi non ti devi lamentare. La tua umiltà deve pagare lo scotto anche di queste cattiverie che sono fuori da ogni giudizio cristiano: “Oltre al danno la beffa”.

Caro don Natale so per certo che tu sei ad una distanza siderale da tutte queste piccinerie e voglio ricordarti (sperando di non scandalizzare nessuno) quanto auspicava don Lorenzo Milani in un passo delle sue straordinarie “lettere”: “Star sui coglioni a tutti. Ecco dunque l’unica cosa decente che ti resta da fare: stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare in alto (per noi e per gli altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso, ma chi mira basso. Rinfacciargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua inutilità, la sua incoerenza. Star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo. Rendersi antipatici, noiosi, odiosi, insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi sulla luce. E spendenti e attraenti solo per quelli che hanno Grazia sufficiente da gustare altri valori che non siano quelli del mondo”. Oggi, non si può negare che tanti discorsi che si ascoltano nel mondo cattolico suonano come una nenia vuota e fuori dal tempo. Uno fa anche fatica a seguirli fino alla fine, la realtà è ridotta sempre più a sigle vuote in un luogo di aridi funzionari. Mi viene in mente ciò che denunciò il cardinal Joseph Ratzinger, al Meeting di Rimini del 1990, in un memorabile intervento che, nel modo pacato e al tempo stesso deciso che gli è proprio (stile don Natale!), stigmatizzava la genia degli “auto-occupati cattolici”: “Può capitare, disse, che qualcuno eserciti ininterrottamente attività associazionistiche ecclesiali e tuttavia non sia affatto un cristiano. Può capitare invece che qualcun altro viva solo semplicemente della Parola e del Sacramento e pratichi l’amore che proviene dalla fede, senza mai essere comparso in comitati ecclesiali, senza mai essersi occupato di politica ecclesiastica, senza aver fatto parte di sinodi e senza aver votato in essi, e tuttavia egli è un vero cristiano”.

Ti conosco da 40 anni, ma il Signore ha voluto che proprio in questi pochi anni di tua presenza a Galatro mi potessi rendere conto della tua grandezza umana, improntata alla semplicità, umiltà, spirito di sacrificio, disponibilità e schiettezza. Proprio su queste considerazioni non posso non evidenziare come Gesù Cristo è un uomo che è vissuto 2000 anni fa in un paesino forse più piccolo di Galatro, ha parlato alla gente, ha dato fastidio a molti “scribi e farisei” ed è stato crocifisso. A me è successo che nel momento in cui ho cercato di parlare apertamente su ciò che vedo nella nostra Chiesa, da una parte mi è stato detto che sono stato “irriverente” (non certo verso Nostro Signore); dall’altra sono stato incoraggiato ad andare avanti con messaggi del tipo: “Scrivi della nostra Chiesa. Scrivi pane-pane e vino-vino in maniera egregia e comprensibile, continua”. Capisco perfettamente che gli “alti apparati burocratici” nelle loro valutazioni di potere agiscono in modo contraddittorio rispetto all’essenza di ciò che costituisce la Chiesa, ma mi consola il pensiero (proprio in questo anno nel quale la Chiesa ricorda il sommo Dante Alighieri) che proprio Dante ha capito talmente bene come andavano le cose nella Chiesa, che ha messo all’Inferno tanti papi, vescovi e prelati, senza che questo intaccasse la sua percezione del Mistero della Chiesa e senza che la Chiesa prendesse le distanze da lui. Altri tempi!

Caro don Natale, riconosco che sei stato un grande dono, non solo per la Chiesa di Galatro, e chiedo a Dio che continui a rendere fecondo il tuo ministero sacerdotale, sempre simile ad un cero candido, che non perde mai di vista ciò che abbiamo di più caro nel cristianesimo, Cristo stesso e tutto ciò che viene da Lui.

Grazie, che Dio ti benedica sempre!

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